Uno dei gruppi che hanno fatto la storia della musica, a quarant’anni suonati, si ripresenta al suo pubblico dopo quattro anni di silenzio e dopo un disco fondamentalmente inutile e brutto quale fu Exciter. Basterebbe questo per fare un plauso ai Depeche Mode, per il coraggio e per l‘umiltà. Ma ascoltando questo loro ultimo lavoro ci si accorge che il disco è un grosso passo in avanti dopo Exciter e che la band addirittura ritrova lo spirito di un tempo dando quasi l’impressione di divertirsi come dei ragazzini (un Martin Gore in forma smagliante) nel miscelare con brio e competenza la miriade (e ci mancherebbe altro) di suoni elettronici. Paradossalmente la tracklist di Playng the Angel è ricca di brani cupi e inquieti, non eccessivamente facili al primo ascolto ad eccezione del primo singolo Precious, brano più “leggero” e orecchiabile, comunque discreto ed infatti adatto alla riproduzione radiofonica. Stupefacente Damaged people , brano lento, elaborato, delicato e dalle sonorità curatissime (come d’altronde tutto il disco), anche per questa canzone mi sento di utilizzare due parole che non dovrebbero essere mai buttate là: piccolo capolavoro. Da segnalare anche Nothing’s possible e A paint that used to, due gioielli di delicatezza elettronica. Insomma un disco piacevole e interessante che merita di essere ascoltato e riascoltato più volte, capace di far ricredere chi, come me, era avvolto da pregiudizi e scetticismo sulla riuscita del lavoro alla luce della precedente delusione.