E’ con un certo imbarazzo che mi accingo a scrivere di questo ultimo lavoro di De Gregori. Lo dico subito: non mi aspettavo un capolavoro d’album e non speravo di scoprire dentro “Calypsos” la canzone della mia vita. Tanto meno pensavo di ritrovarmi ad ascoltare brani così poco incisivi, scialbi, piatti e svogliati. Mi ero inconsciamente preparato ad un lavoro di medio livello, quale era il precedente “Pezzi”, senza infamia e senza lode. Ero pronto al classico album di questi grandi cantautori che spesso non hanno più nulla da dire, ma che, grazie alla loro “classe” naturale, di un gradino superiore rispetto ai giovani, trovano comunque il modo di non sfociare nel ridicolo anche quando il loro prodotto (cioè la canzone intesa come materia pura, ancora non arrangiata e non interpretata) non raggiunge palesemente la sufficienza. Lungi da me pensare che i “vecchietti” della canzone italiana siano una categoria in decadenza e che debbano scomparire per fare posto alle nuove leve, non sono (ancora) di questa opinione. E’ invece il mio grande amore per il cantautorato italiano degli anni settanta (di cui De Gregori è L’Esponte) che mi porta necessariamente a fare i paragoni col passato e a pensare che uno che ha scritto una canzone come “Rimmel” abbia una certa responsabilità verso la musica e verso il (suo) pubblico. E che prima di presentare un intero album così brutto debba pensarci mille volte perché è una questione di onestà. Chi pubblica due album di inediti a distanza di nemmeno un anno, quando ultimamente viaggia ad un ritmo di uno ogni quattro, è perché: o ha scritto l’album più bello della sua carriera e, colto da un raptus di filantropia, decide che l‘umanità non può attendere dei lunghi anni per ascoltarlo, o che è tutta una simpatica operazione commerciale (strano, con la Sony di mezzo..).