Parte bene, il nostro, salvo finire per perdersi nell'arco di poco. La consistenza di questi 11 pezzi si direbbe via via scemare, o almeno: l'ascolto tende a farsi distratto, il che evidentemente non è un buon segno. Il fascino dell'elettronica chiaroscurale adottata da Gahan - pure curatissima, intendiamoci - risulta fin troppo stemperato dalle sbandate retoriche di cui la scaletta è disseminata; si aggiunga la tendenza a calcare la mano sulla cattiveria degli arrangiamenti, una tendenza che alla lunga assume i contorni della cafonata. Peccato: perché la voce di Gahan sa essere ammaliante, e viene da chiedersi a quali risultati potrebbe portare se calata in un contesto che - per una volta - prescindesse dai Depeche Mode e dalla loro vocazione.