La verità è che ho provato a stendere una mia opinione su questo album almeno una mezza dozzina di volte, di solito senza andare oltre le quattro righe. Perciò perché non prendere il toro per le corna? Premesso sinteticamente come Amen sia la fatica più politica e meno melodica dei nostri, credo proprio che farò ciò che solitamente mi lascia perplesso nelle recensioni che leggo, ovvero andare a zoomare sulle singole canzoni. Pronti?
No steinway / Spaghetti western: l'idea di collocare due ghost tracks all'inizio dell'album sa un po' di masturbazione mentale... e dire che Spaghetti western avrebbe potuto avere ben altri sviluppi.
E così sia: troppo forte la tentazione di aprire la scaletta ufficiale con uno strumentale tanto breve quanto noir, eh?
Colombo: tra le canzoni più sagaci, se non corrosive, di Amen. Intellettualmente ineccepibile, materialmente discutibile: tra le esasperanti distorsioni di Brasini, e il canto “à la Santa Maria Goretti” di Bastreghi, si ha la sensazione che si sia castrato un pezzo potenzialmente memorabile. Eppoi, suvvia: un finale appena meno brusco no?
Charlie fa surf: probabilmente il pezzo più melodico dell'album, epperò fra i meno convincenti. Efficace, per carità, ma deboluccio sul piano intellettuale: a conti fatti uno specchietto per le allodole, non a caso impiegato come singolo.
Il liberalismo ha i giorni contati: splendida! Un Bianconi in gran spolvero e un arrangiamento all'altezza. La combinazione fra un testo durissimo e una base che arriva perfino a profumare di sixties mi ricorda il modo di fare che saltuariamente ho apprezzato in altre produzioni italiane, Gazzé in testa.
L'aeroplano: gradevole nella sua disarmante amarezza, anche se tutto sommato non lascia il segno. Bello il ritornello, in ogni caso.
Baudelaire: fa capolino una vecchia amica dei nostri, ovvero l'elettronica. Pezzo efficace ed interessante, peccato che renda manifesta l'assenza di un tastierista come Massara.
L.: domata la chitarra di Brasini sembra quasi di tornare ai tempi – indimenticabili! - di La moda del lento. Tra i migliori pezzi dell'album: elegante, maestosa, perfino commovente.
Antropophagus: troppo. L'idea di partenza viene schiacciata da un arrangiamento che fa dei muri sonori la sua bandiera. L'outro strumentale è gratuito, c'è poco da fare.
Panico!: un divertissement che in quanto tale lascia un po' il tempo che trova, anche se l'intelligenza alla base di esso un sorriso lo strappa.
Alfredo: come rendere con delicatezza una tragedia come quella di Alfredo Rampi. Bella, niente da aggiungere.
Dark Room: idea interessante, realizzazione scialbetta. Eppoi: con gli archi qualcosina in più si poteva fare...
L'uomo del secolo: un pezzo praticamente massacrato dall'arrangiamento, e dire che il tema si sarebbe prestato a ben altro. Contenti loro...
La vita va: richiede più di un ascolto, ma finisce con il farsi apprezzare. Ricorda altri tempi, magari, ma questo a mio modo di vedere spesso e volentieri è un bene.
Ethiopia: strumentale di cui mi sfugge il senso. Che barbaro che sono...
Andarsene così: pezzo di chiusura, particolare e per certi versi affascinante. Pollice in alto.
Tiriamo le somme? Amen è un album che merita, e che probabilmente va a collocarsi una spanna sopra rispetto a quanto in Italia si ascolta solitamente. Va da sé come qua e là possa lasciare perplessi: del resto i Baustelle made in Warner cominciano forse solo ora a raggiungere un qualche equilibrio. La moda del lento pare ormai quasi del tutto archiviata, sicché non resta davvero che guardare avanti e sperare nel meglio.
Un passo avanti, due indietro: questa, in estrema sintesi, la sensazione che suscitano i primissimi ascolti dell'ultima fatica dei Baustelle. Intendiamoci: "La malavita" risulta gradevole e conferma quell'attenzione al dettaglio che tanto ho apprezzato in "Sussidiario illustrato della giovinezza" (2000) e soprattutto ne "La moda del lento" (2002), mancando tuttavia dell'immediatezza del primo e della raffinatezza del secondo. Quali le cause ? Forse l'abbandono di Vivaldi e Massara, elementi-chiave del sound e degli arrangiamenti de "La moda del lento": ne "La malavita" compaiono pressoché "di sfuggita". Forse la tendenza di Bianconi ad esasperare retoricamente il carattere disfattista - e a tratti gratuitamente noir - dei propri testi. Forse un'incoffessabile supervisione estetica (che nello sfogliare il libretto oserei dire piuttosto evidente...) della major che si è accollata la distribuzione dell'album."La malavita" è stato fortemente apprezzato da XL; io, che pure mi riprometto di ascoltarlo ancora con attenzione, per il momento lo apprezzo, ma senza saltare sulla sedia...