Durante tutta la scorsa settimana, quando interrompevo l'ascolto di On An Island di Gilmour e mi avventuravo felice alla scoperta di questa band fresca fresca dagli States (credo di Seattle), mi sentivo quasi come un eretico medievale che, vinto dalla curiosità, commetteva il peccato di andare a consultare qualche libro proibito invece di studiare i testi sacri. Vittima inconsapevole e ingranaggio fondamentale dello stesso diabolico meccanismo, preso in mezzo tra due fuochi, quello del Mito (Gilmour) e quello dello Svago (Band Of Horses), mi abbandanavo spudoratamente (e con un po' di vergogna) ai secondi. E mi allietavo parecchio, sempre ben conscio di peccare, grazie alla dinamicità e alla forza di brani come The Funeral e Our Sword. E mi cullavo beato sulle dolci note di Part One e di St. Augustine. Colpa del noioso Gilmour, non voglio dilungarmi anche se la questione è ancora aperta, e soprattutto merito dei Band Of Horses, così bravi a sfornare un disco di buona qualità, senza punti deboli, maturo e piacevole. Dove le ballate, lente e romantiche, si alternano con un semplicità disarmante ai pezzi tirati. Dove l'improvvisa violenza delle chitarre riesce ad essere piacevole perchè mai gratuita, dove le linee melodiche della voce sanno giocare alla perfezione con la struttura dell'arrangiamento e dove la semplicità non diventa mai banalità. In una sola parola: freschezza. Freschezza di un pop di qualità che non si vergogna di tendere con una certa decisione sia al rock che all'indie. Oppure, se vogliamo, un indie-rock che tende all'indie-pop. E' una bestemmia se scrivo indie-pop-rock? Chissenefrega, tanto ormai sono un peccatore..