Per l'ennesima volta sono arrivato alla fine di questo "In case we die" senza poter rispondere alla più immediata delle domande: che cosa ho ascoltato ? Evidentemente gli Architecture in Helsinki (al secondo LP, dopo "Fingers Crossed" del 2003) si divertono un mondo ad uscire dai binari - triti e ritriti ? - della "forma canzone", preferendo optare per una sorta di bizzarra frantumazione musicale: le 12 tracce dell'album, piuttosto che a brani dotati di un inizio, di uno svolgimento e di una fine, fanno pensare a dei vivaci crocevia da cui assistere ad una giostra di motivi, atmosfere, melodie, ritmi. Tutto sembra spontaneo; nulla, al contempo, si direbbe lasciato al caso: non lo sono le strutture caleidoscopiche dei "pezzi", così come non lo sono le scelte timbriche in equilibrio fra acusticità ed elettronica; meno che mai lo è l'ironia compiaciuta e manifesta che informa la scaletta nella sua interezza. In definitiva un album bizzarro (o, per dirla alla OndaRock, "avant-pop"), divertito e forse divertente: magari fecondo... magari no. Perché, nel mio piccolo, avverto la necessità di trovare un filo conduttore appena più spesso - più nitido ? - di quello messo in campo da questo celebrato collettivo australiano...