Siamo nel 1968, e la parola "sintetizzatore" vuol dire poco o nulla, perlomeno a livello popolare. Robert Moog, il cui Mini spopolerà negli anni '70, già da un paio di anni lavora al suo primo sintetizzatore modulare, potente -certo - ma anche ingombrante e costosissimo. Misterioso, soprattutto, perché benché la sintesi nasca idealmente per simulare timbri acustici, diviene immediatamente evidente come i limiti tecnologici impediscano all'atto pratico di rispondere a questa finalità. Cosa farsene allora di un sintetizzatore, di questa macchina nuova tanto nella concezione quanto negli esiti, per la quale non esiste ancora della musica da eseguire? Lo "sdoganamento" avverrà anche attraverso Switched on Bach, che se a posteriori può far sorridere ha all'epoca segnato una sorta di spartiacque: il sintetizzatore non solo "suona", ma lo fa con timbri tutti suoi; non è relegato ad effetti sonori più o meno cacofonici (un ruolo che alcuni musicisti, pure navigati come John Deacon dei Queen, gli attribuiranno ancora per qualche buon anno), ma si presta all'esecuzione di musica senza tempo - pura eufonia trasversalmente godibile - come alcune composizioni di Bach.
Esile nella resa, Switched on Bach appare oggi gratuito: in realtà è intellettualmente una pietra miliare della musica popolare del XX secolo, realizzata con la cognizione di causa di un pioniere quale Walter (poi Wendy) Carlos, coadiuvato dal musicologo Benjamin Folkman e dal produttore Rachel Ellkind. Il filone - il più fortunato ma non certo l'unico ad aver impegnato Carlos negli anni - verrà ampliato di lì a breve con The Well-Tempered Synthesizer (1969), Switched on Bach II (1974) e a ben guardare anche con la rivisitazione di Beethoven per Clockwork Orange di Kubrick (1972).